“Tutti dovrebbero vivere la montagna al proprio livello. Imparando a sviluppare l’arte della rinuncia, a riconoscere e a confrontarsi con i propri limiti” (“La montagna dentro” H. Barmasse).

Oggi praticamente all’ultimo tiro ho scelto di tornare indietro. Prima volta. Scendere è complesso quanto salire e non meno faticoso. Ora lo so. Prima lo immaginavo. Ho sempre fatto percorsi ad anello.

Percorso breve ma molto esposto. La stanchezza di una settimana pesante e le braccia, non allenate quanto le gambe, non hanno supportato lo sforzo fisico richiesto. I ritmi di ripresa post quarantena mi hanno allontanato, negli ultimi mesi, dalle mie pratiche di training autogeno e di mindufuness. L’ho sentito. Sentivo che il mio corpo non respirava con me. Sentivo il movimento non controllato come avrei desiderato, mancanza di fluidità e presenza non al 100 come certe situazioni meritano. Come tante situazioni meritano. Un po’ come quando fai qualcosa ma sai che ti stai sforzando nel farla, magari non ne hai davvero voglia in quel momento, ma “ormai sei ballo” “non posso deludere nessuno” “poi chissà cosa pensa di me se dico no”.
Non mi capita spesso di avere il pilota automatico in montagna. Quindi quando succede ci faccio caso. Quello che cerco di trasmettere con il mio lavoro è anche l’importanza di sapersi ascoltare e reagire di conseguenza, privilegiando il rispetto di sé stessi. Ho fatto mio questo consiglio e cerco, quando possibile, di applicarlo al meglio.
Mancava molto poco, ma non era giornata. Ho preferito ritornare sui miei passi, comunque sfidanti visti dalla prospettiva contraria, più sicuri secondo la mia testa rispetto al nuovo che mi avrebbe atteso. Meta raggiunta dal sentiero. Sensi di colpa? No. Consapevolezza dei limiti della giornata e bilancio competenze. So cosa mi è mancato. Basta lavorarci su.
Tornare sui propri passi per migliorare è sempre molto utile.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *