Come gestire un pensiero stressante? Mettiti in discussione!

Come nasce lo stress?
Quando valutiamo che un evento potrebbe essere minaccioso per il nostro benessere e fatichiamo a trovare una soluzione al problema ecco che cresce dentro di noi un senso di ansia e impotenza che, anziché favorirci nello sbrogliare la situazione ingarbugliata, ci fa vedere tutto nero.
Lo stress dipende quindi dal modo in cui leggiamo la realtà che ci circonda.

Ti sei mai chiesto come hai conoscenza del mondo? Come leggi il tuo mondo?
Hai consapevolezza di quello che ti circonda attraverso tre processi differenti, ma estremamente concatenati:
conoscere il mondo1. Percepisci la realtà (livello descrittivo)
2. Interpreti la realtà (livello inferenziale)
3. Valuti la realtà (livello valutativo)

Facciamo un esempio.

C’è molto traffico per strada (Descrittivo)

Il livello descrittivo ci permette di avere percezione della realtà e di descriverla così com’è: c’è traffico

“Probabilmente arriverò in ritardo al lavoro” (Inferenziale)

Il livello inferenziale ci permette di interpretare, a livello personale, gli eventi che viviamo: dato che c’è traffico probabilmente farò tardi al lavoro.

“Siccome arriverò in ritardo i miei colleghi penseranno che me ne frego, che mi sento superiore. Sono sempre in ritardo! Perderò la loro fiducia perché sono inaffidabile e nessuno vorrà più lavorare con me” (Valutativo)

In ultimo valutiamo la nostra realtà. In modo del tutto personale  l’esito di questa valutazione dà origine a emozioni, in questo caso negative.
Quando c’è una discrepanza tra i diversi livelli di lettura del mondo nascono i nostri pensieri irrazionali: non hai certezze che arriverai in ritardo, e anche se fosse non è assolutamente detto che i tuoi colleghi pensino quello che sei portato a immaginarti! Eppure i tuoi pensieri negativi hanno riempito la tua mente di scenari apocalittici e di emozioni incontrollabili. Anziché agire per trovare soluzioni alternative o altre letture della realtà ci perdiamo nel mare delle nostre convinzioni assolute e negative. Ci blocchiamo sotto il peso dell’ansia, della rabbia, dell’irritazione, spesso per qualcosa che non è ancora successo e che non sappiamo se mai accadrà, ma i pensieri negativi e le preoccupazioni annebbiano la nostra lucidità.
Lo stress ci fa vedere tutto nero, senza esclusione.
Come puoi uscire da questa trappola del pensiero?
Un modo efficace per imparare a gestire i tuoi pensieri negativi è mettere in discussione la voce interiore che ti porta a fare disastrosi film mentali su un tuo ipotetico futuro. Devi metterti in discussione! Metti in discussione la verità dei tuoi pensieri: cerca le prove!
cerca le proveGuarda ai tuoi pensieri come a delle supposizioni, a delle congetture e nulla più. Non sono nient’altro che questo. Delle ipotesi create da te.
Il fine non è quello di eliminare totalmente le emozioni negative che provi, ma di portarle sotto il tuo personale livello di sopportazione, offrendoti la lucidità necessaria per trovare una nuova chiave di lettura degli eventi e domare le tue credenze irrazionali.
Impara a considerare i tuoi pensieri come qualcosa di modificabile: sono opinioni.
Affronta le sfide e gli imprevisti cercando di dare nuovi significati alle tue sensazioni. I tuoi pensieri sono tuoi, sei il regista dei tuoi film mentali.
Anche se a volte lo dimentichi.

Gli ingredienti della felicità

La felicità è l’esito dell’incontro di due componenti: le emozioni positive e la soddisfazione per la propria vita.

Questi due elementi, il primo più emotivo, il secondo legato ad aspetti maggiormente mentali, vivono in estrema sintonia: tanto più siamo soddisfatti della nostra vita, tanto più proveremo emozioni positive, che guideranno le nostre decisioni e influenzeranno la visione della nostra vita.

Provare emozioni positive significa stare bene, sentirsi gratificati e contenti. La felicità, in questa accezione, è intesa come una sensazione che accompagna alcuni momenti della nostra giornata, ma che, nonostante i nostri sforzi, non riusciamo a trattenere a lungo. Le emozioni sono legate ai pensieri: così come arrivano all’improvviso cedono il posto ad altre, diverse, magari opposte, in una continua alternanza che riempie i nostri momenti.

Essere soddisfatti della propria vita significa viverla in modo pieno e significativo. Agiamo e facciamo scelte seguendo ideali e valori personali. Abbiamo chiaro cosa sia importante per noi e agiamo di conseguenza. La felicità, da questo punto di vista, non è legata al fugace momento che stiamo vivendo, ma acquista un significato più profondo e duraturo, dando forma alla nostra idea di benessere.

Le due facce della felicità: una più mutevole l’altra più stabile ma di complessa definizione (a volte!).

Ti sei mai chiesto quale felicità stai inseguendo?

Le emozioni positive e negative si alternano nella nostra quotidianità: esistono imprevisti che modificano l’andamento della giornata e che, a volte, ci fanno mettere in discussione le priorità o riconsiderare rilevanza e organizzazione delle cose da fare. Ci sono dei momenti, quindi, in cui possiamo sentirci infelici ma comunque soddisfatti della nostra vita.

Stare bene con se stessi significa avere le armi per affrontare le situazioni che ci portano a provare emozioni negative e spiacevoli: dolore, tristezza, paura, rabbia (…). Una persona consapevole delle proprie risorse ed in grado di gestire ansia e stress vive con trasporto e compassione le emozioni che alterna durante il giorno, ma è in grado di non modificare drasticamente la percezione della qualità e la soddisfazione della propria vita. È importante non generalizzare le sensazioni negative, ma riconoscere quando e perché hanno avuto luogo, senza etichettarci, ma traendo insegnamento dalle esperienze fatte, ed essendo in grado di viverle per quello che sono: degli attimi. In questo modo la nostra felicità non seguirà esclusivamente l’onda del momento.

Come coltivare la soddisfazione per la nostra vita e non solo una felicità passeggera?

Dai uno sguardo a questi piccoli consigli. Ne usi qualcuno?

non giudicarti

La parte della felicità che si riferisce alla soddisfazione della propria vita dipende dalle azioni, dal significato che diamo alle scelte che facciamo: dai valori che perseguiamo e che, come una bussola, ci guidano nel nostro cammino verso il benessere. (Per saperne di più leggi qui)

Lo sforzo personale (e sì, si può far fatica!) sarà quello di leggere gli avvenimenti negativi e le piccole sconfitte personali  per quello che sono: delle lezioni di vita da cui trarre massimo vantaggio, e non degli errori da cui fuggire, evitando così di potenziare il loro effetto distruttivo sul nostro umore e sulla nostra autostima. Impariamo per prima cosa a non giudicarci. Vivere felici non significa evitare di provare emozioni negative, sarebbe impossibile, ma imparare ad affrontarle meglio.

 

 

Come reagisci agli urti? La tua arma è la Resilienza

Siamo programmati per sopravvivere: ci adattiamo.

A volte il cambiamento è semplice, veloce, quasi spontaneo. Altre è difficile, lento, doloroso. A volte ha un esito positivo, oltre le nostre aspettative. Altre ci risulta così complesso da accettare che risollevarci sembra impossibile.

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Hai mai preso una batosta?

B-A-T-O-S-T-A: scarto di realtà.

Magari capita anche a te di fare delle ipotesi su come pensi possa svilupparsi una particolare situazione della tua vita: che sia un desiderio professionale, affettivo o personale, pensi e fantastichi  su come potrebbe essere la tua vita dopo la tua scelta, dopo il tuo cambiamento.

Per i più svariati motivi può però succedere che il tuo desiderio non si realizzi, o che questo non accada nei tempi e modi sperati.

O ancora. Hai mai avuto la sensazione che mondo stia per crollarti addosso? All’improvviso succede qualcosa che sconvolge la tua vita, come te la stavi costruendo, come te l’eri immaginata.

Per entrambi questi scenari ognuno di noi può provare emozioni negative riferite a scarti di realtà più o meno grandi, gravi o significativi: una furibonda lite con una persona amica che sta facendo vacillare il vostro rapporto, una promozione al lavoro non ottenuta, una separazione, un lutto, un incidente, un trasferimento, …

Per cercare di sciogliere i nodi della crisi e far fronte alle nostre batoste la nostra arma è la resilienza.

Come ci risolleviamo?

Le esperienze passate, le sfide vinte e perdute, gli obiettivi raggiunti e quelli mancati, creano il nostro personale bagaglio di risorse… da aprire al bisogno. L’empatia, la capacità di problem solving, la motivazione, l’autostima, l’ottimismo, sono solo alcune di quelle che la psicologia chiama “strategie di coping” (Lazarus e Folkman, 1984). Più è ampio il nostro set di risorse dal quale attingere aiuti nei momenti complessi della vita, maggiore sarà la nostra resilienza: la capacità di adattarci agli eventi e superarli.

La resilienza è un meccanismo complesso. Si compone dell’insieme delle nostre risorse e ci dona la capacità di adattarci in modo flessibile e funzionale alle situazioni. Permette a ognuno di noi di vivere una vita piena e soddisfacente, di riorganizzarla al meglio anche dopo aver vissuto eventi per noi sconvolgenti. Essere resilienti significa essere in grado di autoguarirci resistendo ai colpi e agli imprevisti imparando ad adottare una nuova prospettiva per guardare alla nostra vita.

Come si coltiva la resilienza?

Potenziare la nostre risorse significa aumentare la nostra capacità di rispondere in modo sano agli eventi della vita, resistendo allo stress e diventando consapevoli delle nostre competenze e possibilità.

Quali sono gli aspetti sui quali puntare?

  • Cambia la tua prospettiva: l’attitudine positiva ha un peso rilevante. Sii ricettivo, pronto a cogliere il lato buono delle cose. Focalizza la tua attenzione su quello che hai, non su quello che vorresti avere.
  • Coltiva la tua autostima: è importante che tu ti voglia bene, che accolga i tuoi difetti ed evidenzi punti di forza. Non essere troppo critico con te stesso ed imparerai ad avere una maggiore tolleranza a potenziali critiche o imprevisti.
  • Impara a gestire il tuo luogo del controllo: sii protagonista delle tue scelte e responsabilizzati nei confronti dei tuoi fallimenti, riconoscendo che c’è sempre margine all’errore o agli imprevisti
  • Cerca il supporto: gli altri sono una risorsa preziosa. Racconta quello che provi, condividi le tue paure e timori, condividere la sofferenza ti aiuterà a dare una voce ai tuoi stati interni e ti permetterà di ricevere conforto e sentirti accolto.

Ricordati che viviamo nel presente, ma possiamo fare grande tesoro delle esperienze passate. Le nostre risorse accrescono e si modificano nel tempo, imparare ad ascoltarsi è il primo grande passo da compiere. Essere resilienti significa essere in grado di andare avanti, nonostante le avversità e le grandi sfide, ridisegnando, se  necessario, il nostro percorso di vita.

Lo sai fermare il pensiero? Cosa ci succede quando scegliamo

Noi pensiamo. Sempre. Ininterrottamente. La mente è come il cuore: va da sola.

Pensiamo  ad eventi passati: a come ci abbiano fatto sentire, magari rimpiangendoli o fantasticando su come sarebbero andate le cose se…

Pensiamo agli eventi futuri, spesso con ansia e preoccupazione per quello che sarà, o meglio per quello che potrebbe essere o vorremmo che fosse.

I nostri pensieri influenzano il nostro modo di interpretare gli eventi e le relazioni, i nostri comportamenti e le decisioni. I nostri stati d’animo. Continuamente, tutto il giorno.

Non sempre possiamo scegliere a cosa pensare. A volte i pensieri arrivano, all’improvviso, senza mai essere stati realmente invitati. Imparare ad ascoltare i nostri pensieri, ed accogliere anche il più fievole e timido, è fondamentale per evitare di sentire le nostre emozioni come se fossero su un treno in corsa: come se avessimo l’umore fuori controllo. Eppure in certi momenti della nostra vita è molto difficile seguirne il flusso.

Cosa ci accade quando dobbiamo fare delle scelte difficili?

Hai mai vissuto un periodo nel quale, dovendo scegliere tra alcune opportunità, ti sei trovato a non sapere bene quale cogliere? Un momento in cui, non avendo chiare le conseguenze di una tua scelta, procrastini la decisione?

Mettiamo, per esempio, che ti venga offerto un posto di lavoro a cui aspiravi da tempo, in una società che hai sempre guardato con molto interesse. Sarai maggiormente retribuito rispetto al tuo impiego attuale e lavorerai in un palazzo poco distante dalla tua attuale postazione.

Dopo alcune riflessioni e considerazioni, potresti arrivare a concludere che l’offerta ricevuta sia molto interessante e cambiare lavoro: i vantaggi della proposta sono evidenti.

Quando una direzione è nettamente preferibile all’altra siamo più facilitati a scegliere.

Poniamo invece il caso che il datore di lavoro ti dica che la sede dove lavorerai è a circa 60 chilometri da casa, più del doppio della distanza che fai attualmente.

Questo secondo scenario  potrebbe rendere la presa di decisione più complessa. Se cambi lavoro andrai a fare quello che desideri e con uno stipendio nettamente superiore all’attuale. Ma il luogo di lavoro è decisamente più lontano da casa. Dovrai cambiare molte tue abitudini. L’organizzazione della tua giornata subirà notevoli modifiche e cambieranno inevitabilmente molte cose.  D’altro canto se resti dove sei non dovrai effettuare nessuno sconvolgimento nella tua vita, ma non è detto che sarai soddisfatto e che non penserai in continuazione “se avesssi cambiato forse le cose ora sarebbero diverse”.

È difficile scegliere tra opzioni che hanno sia lati positivi che negativi.

Cosa proviamo in questi momenti?

Quando dobbiamo prendere delle decisioni importanti possiamo provare un senso di smarrimento, di indecisione e ansia pensando al futuro.

Scatta in noi un dialogo interno: un conflitto nella nostra mente.  I nostri pensieri tendono a mostrarci scenari ideali, positivi e negativi, sulle (possibili) conseguenze delle scelte. La nostra mente ci porta a vedere quello che potrebbe accadere qualora decidessimo di scegliere una strada rispetto all’altra. Un film mentale, carico di aspettative e dubbi: in realtà non sappiamo come andranno realmente le cose, ma la mente cerca di dare dei significati a quelli che sono i nostri pensieri, traducendoli in ipotesi ad alto contenuto emotivo. Ci sentiamo confusi. Se non siamo in grado di tenere sotto controllo il livello di ansia che sentiamo  può capitare di sentirsi bloccati: non riusciamo a decidere cosa fare e come farlo.

Ripetiamo i nostri monologhi  per decine e decine di volte… senza trovare una quadra!

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Quindi cosa facciamo?

Evitiamo di pensarci: desiderosi di sfuggire al nostro conflitto interno allontaniamo il momento della scelta, tenendo le distanze da quei pensieri così rumorosi, quasi fastidiosi, ed i dubbi che viviamo. Sembra che non sia mai il “momento buono” per dar loro il peso che meritano. Appunto, siamo confusi e un po’ spaventati.

Siamo frustrati, arrabbiati e ci autoaccusiamo perché non riusciamo a sbloccarci, non vediamo soluzioni. La sensazione di esasperazione che proviamo è forte e ci sentiamo in trappola. Purtroppo evitare di pensare ad una situazione senza risolverla non ha, nella maggior parte dei casi, l’effetto desiderato. Il pensiero torna.

“Non pensare a un orso bianco!”

Wegner (1994) ha studiato questo paradosso. In un suo esperimento ha chiesto ai partecipanti di non pensare ad un orso bianco per 5 minuti, durante i quali avrebbero dovuto scrivere su un foglio i pensieri che passavano loro per la testa. Nel caso in cui il pensiero andasse verso l’orso bianco avrebbero dovuto suonare un campanello… ebbene il campanello ha suonato in continuazione.

Più ci sforziamo di non pensare a qualcosa, più la nostra mente ci porterà a farlo.

Qual è la via d’uscita in questo loop mentale? Come possiamo calmare il nostro conflitto interno?

Iniziamo con 3 consigli!

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Faticoso. Molto. Da più punti di vista. Occorre donarsi tempo, per pensare a se stessi, per guardare con occhio critico ai nostri desideri ed aspettative, per valutare le nostre risorse e finalmente dare il giusto valore alle opportunità che incontriamo. Ricorda: l’autostima si coltiva! Anche il coraggio.

Tu le “senti le voci”? Hai mai provato, con fatica, ad allontanare una decisione? Proviamo ad affrontarla insieme?

Come interpreti gli eventi? Lo chiamano “locus”

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Sei pronto a sostenere l’ennesimo esame all’università! Ti sei preparato, ma come spesso accade la tua mente ti pone mille interrogativi su come andrà a finire questa sfida. L’assistente ti chiama, è il tuo turno, ti siedi sulla sedia alla cattedra e…

Poniamo, ad esempio, che l’esame vada bene! Riesci a prendere una buona valutazione e torni a casa sollevato!

Sei portato ad interpretare l’evento in due modi:

  • “Sono stato bravo! Ho studiato molto e l’esito di questo esame dimostra che il mio metodo di studio sia efficace. Sono davvero soddisfatto di me”.

  • “Sono stato molto fortunato! L’esame è stato veloce e mi ha chiesto proprio le due cose che sapevo meglio. Era proprio destino che andasse così!

Ti sei impegnato moltissimo per organizzare la riunione di chiusura di un progetto che ti vede personalmente coinvolto. Speri di ottenere una promozione a seguito del lavoro che hai svolto. Il tuo capo, al termine dell’incontro, ti chiama nel suo ufficio per congratularsi e per presentarti il tuo nuovo responsabile: la promozione che speravi di ottenere è stata data a qualcun altro.

Sei portato a leggere questo evento in due modi (dopo una serie di pensieri non proprio eleganti sul tuo capo!):

  • “Non mi sono impegnato abbastanza! Avrei dovuto impegnarmi di più e lavorare con più constanza”

  • Sono strato davvero sfortunato!  Non sono io che decido non avrei potuto fare nulla per cambiare questa situazione”

Siamo costantemente impegnati ad interpretare gli eventi che viviamo. La nostra infaticabile mente riflette h24 su quello che viviamo, su quanto ci succede, sugli esiti delle nostre azioni.

Qualche giorno fa ti ho parlato di come funzionano le nostre aspettative e di come possiamo reagire agli eventi quando non vanno proprio come ci saremmo aspettatti.

Per dare un senso a quello che ci capita siamo portati a leggere la realtà in due modi:

  1. l’esito dei nostri sforzi dipende da noi “Se riuscirò a raggiungere i miei obiettivi dipenderà esclusivamente da me!”
  2. l’esito dei nostri sforzi dipende da fattori esterni a noi che non possiamo in alcun modo controllare o modifcare. “E’ tutta questione di fortuna! Possono accadere degli imprevisti”

La psicologia ha coniato un termine per definire la percezione che noi abbiamo circa la possibilità di controllare la nostra vita: locus of control (LOC, luogo del controllo, Rotter 1966).

Il locus of control influenza le nostre aspettative, la nostra motivazione ad agire.

Cos’è e a cosa serve il luogo del controllo?

Ci fornisce una spiegazione degli eventi.

Quello che proviamo a seguito di una situazione, l’effetto che gli eventi hanno su di noi, non dipendono dall’evento in sè, ma da come noi lo percepiamo. Il locus of control si riferisce a come le persone interpretano gli eventi: è uno stile di attribuzione causale. In pratica indica quanto siamo convinti che le nostre azioni possano direzionare gli eventi che accadono.

Esistono due tipi di locus of control: interno ed esterno.

Torniamo all’esempio iniziale e modifichiamolo un pochino. Mettiamo, ad esempio, che per l’ennesima volta vieni bocciato all’esame di statistica (un esempio a caso!). Se attivi un locus of control interno ti rendi conto che forse non hai dato il meglio di te, che se studi e ti impegni di più l’esito della prova sarà sicuramente differente. Sei tu che controlli l’esito dell’esame! Il locus of control esterno ti porterà a pensare che sei stato sfortunato, che non sai in grado di superare la prova perchè la professoressa è troppo pignola e non si capisce cosa voglia, che il destino, o qualche oscuro disegno superiore, ti stanno impedendo di raggiungere il tuo obiettivo.

Quello che fai è normale: interpreti la tua realtà dal tuo punto di vista. Quello che cambia però è la percezione che hai di te stesso, della tua autostima, della tua autoefficacia, della tua possibilità di far andare le cose come vorresti.

LOC interno o esterno: cosa cambia?

Se adotti un LOC esterno ti sentirai in balia degli eventi, non in grado di agire sull’esito delle situazioni e delle sfide che dovrai affrontare. Sei portato a pensare che sia il destino che domina la tua vita, che la fortuna abbia un ruolo preponderante nel raggiungimento dei tuoi obiettivi. In questo modo se avrai successo penserai “Sono stato fortunato, non è merito mio!”. Al contrario se le cose vanno male ti ripeterai: “Era destino che non funzionasse, io non potevo fare nulla!” In questo modo sei completamente in balia dell’imprevedibilità e la motivazione a cercare soluzioni alternative è molto debole, certo che tutti gli sforzi che metterai in campo saranno poco ultili.

Un LOC interno d’altra parte ti permette di sentirti protagonista delle tue scelte, sei tu che controlli la tua vita! Questo stile di attribuzione è accompagnato da un forte senso di motivazione, e di risoluzione dei problemi. Le tue azioni, i tuoi pensieri, il tuo impegno nel raggiungere un obiettivo possono fare la differenza. Sei portato a pensare che il successo che ottieni sia merito delle tue capacità e del tuo impegno “Sono stato bravo, mi sono impegnato, ho dato il meglio di me!”. Al contrario se le cose non vanno come sperato ti dirai: “Ecco, non sono stato sufficientemente attento, se le cose sono andate male perchè sono pieno di difetti”. Il caso e gli imprevisti non hanno nessun ruolo sull’esito delle tue azioni.

Quale LOC hai?

La domanda è un po’ trabocchetto in realtà! Questa distinzione non è così netta in nessuno di noi: non siamo totalmente “interni” o “esterni”. Non c’è uno stile di attribuzione migliore. Dipende. Ognuno di noi ha una dominanza di uno stile rispetto all’altro e sono molte le fonti che ci fanno modificare la nostra capacità di interpretare gli eventi: il ruolo che abbiamo, la circostanza che stiamo vivendo, le nostre aspettative a riguardo degli eventi.

Lo scenario migliore, più adattivo e salutare, è una giusta via di mezzo: dobbiamo premiarci per i nostri successi, riconoscendo il nostro merito e valore, ma non colpevolizzarci all’eccesso per i nostri fallimenti, stigmatizzando quelli che sono alcuni dei nostri difetti, permettendoci, a volte, di considerare che noi abbiamo dato il massimo, anche se le cose non sono andate come avremmo desiderato!

CAPITA!

Ripensi mai ai tuoi errori? La preoccupazione per il successo

Passiamo gran parte della nostra vita cercando il piacere, provando a vivere momenti di gioia, di allegria, di spensieratezza.

Circondati da amici, o in momenti privati, siamo costantemente alla ricerca della felicità, evitando, o cercando quantomeno di ridurre al minimo il dolore.

Quasi senza accorgercene viviamo le giornate bianche o nere: felici o tristi. Ignoriamo e non prestiamo attenzione a tutto quello che, dal nostro punto di vista, non rientra nell’una o nell’altra categoria. In questo modo non viviamo nella pienezza del momento! E’ un po’ come vivere la settimana da spettatori passivi aspettando il weekend, che inesorabilmente passa… e magari senza troppe emozioni.

O meglio, le emozioni le sentiamo e viviamo, ma spesso non ne siamo totalmente consapevoli!

Durante i miei corsi, per introdurre il discorso sulla consapevolezza emotiva e sulla sua importanza per imparare a vivere, comprende e quindi a gestire le emozioni negative, solitamente chiedo ai partecipanti di fare una riflessione su di loro, la stessa che ora chiedo a te.

Ti è mai capitato di arrivare a fine giornata, sederti comodamente sul divano e sentirti triste o nervoso o agitato senza sapere bene perchè? Hai un peso sullo stomaco e non riesci a capire da cosa sia dovuto? O quale, tra i tanti eventi della giornata, ti abbia causato questa sensazione di ansia, più di altri?

Alle volte siamo così tanto concentrati al raggiungimento di un obiettivo che non prestiamo attenzione ai nostri stati d’animo. Spesso non godiamo della piacevole compagnia o dei bei momenti della domenica pomeriggio perchè la nostra mente, più o meno consapevolmente, è già settata sugli impegni del lunedì!

Ci hai mai pensato?

Quindi ti invito a riflettere anche a questo: quanto dura la tua soddisfazione per aver raggiunto un obiettivo? Per quanto tempo riesci a godere delle gioie del risultato raggiunto prima di buttarti a capofitto in una nuova ricerca del piacere? Quanto ci metti ad abituarti al nuovo livello di benessere trovato prima di considerarlo un’abitudine e desiderare qualcosa in più? Forse, come ci stimola Siegel (2012) a pensare, la tua mente è continuamente alla ricerca della felicità perchè convinta che si trovi da qualche parte nel futuro. Spesso la gioia del traguardo raggiunto dura molto meno del rimpianto o rammarico di non essere arrivati dove avremmo sperato.

La continua ricerca del successo e le preoccupazioni per il futuro se da una parte ci costringono a continui e malsani confronti con gli altri, dall’altra ci fanno dimenticare che noi vinciamo e perdiamo continuamente. Gli eventi spesso non vanno come vorremmo, non è possibile prevedere cosa succeda in futuro e come si evolveranno certe situazioni. Qui entra in gioco la nostra capacità di resilienza, la nostra abilità di resistere agli urti, la nostra abilità di resistere ai cambiamenti non cercati o voluti.E quindi alla nostra capacità di vivere i momenti piacevoli e belli tanto quanto concedersi il lusso di piangere quando siamo tristi o addolorati, senza scappare di fronte alle emozioni negative, ma affrontandole e permettendo di capire cosa ci capita quando le proviamo e come ci sentiamo sia nel corpo che nel cuore. Competenza che va allenata e coltivata.

Siegel, riprendendo alcuni considerazioni sulla pratica della Mindufulness,  offre un valido spunto di riflessione per considerare cosa percepiamo come una sconfitta e come ci sentiamo quando commettiamo degli errori e non raggiungiamo il traguardo sperato.

Prova a compilare questa tabella.

che-disfatta

Se la compiliamo con onestà potremmo trovare molti episodi da inserire in entrambe le colonne. Magari alcuni si ripetono.

Cosa ne dici? Ci sono delle costanti? Ci sono situazioni o dei temi che si ripetono più di altri?

Questo breve esercizio è solo una piccola parte del lavoro che puoi fare su di te per comprendere come crei e vedi la tua identità, quali sono i tuoi valori e le tue convinzioni, e quali aspetti della tua vita consideri come pregnanti rispetto ad altri.

Imparare dagli errori commessi non è semplice e spesso la nostra mente si perde in pensieri riguardanti eventi passati, non considerandoli come passati, ma come ferite che bruciano ancora e non ci fanno godere appieno del presente. Siamo portati a pensare che se non siamo felici è esclusivamente per colpa nostra, per le scelte sbagliate fatte e siamo portati a credere che ci sia qualcosa di sbagliato in noi. Dimentichiamo che non siamo onnipotenti e non solo non possiamo prevedere il futuro, ma siamo spesso certi dell’esito negativo delle nostre iniziative “mi è sempre andata male, andrà male anche questa volta!“.

Imparare a smettere di pensare al passato o al futuro concentrandosi sul momento presente ci aiuta a migliorare la nostra autostima e ci insegna a considerare ogni evento e ogni nostro pensiero ad esso legato, come ad una nuova esperienza o sensazione, da vivere e comprendere e poi lasciare andare. Essere mindful significa cambiare atteggiamento nei confronti dei nostri vissuti.

Ripensi mai ai tuoi errori? E’ più che normale! L’importante è che questi pensieri non blocchino la tua capacità di superare gli ostacoli o gli imprevisti che potrai trovare sulla tua strada. Serve allenamento e buona volontà. Ma vivere nel presente ti ripagherà degli sforzi fatti!

Quanto sei severo con te stesso? Perchè imparare a non giudicarsi

Sono maestra di scuola dell’infanzia. Il mio diploma dice così.

Ricordo che una delle nozioni apprese in preparazione della breve esperienza di stage in un asilo al…mh o 4 o 5 anno non ricordo,  è stata quella di non richiamare i bambini dicendo loro “sei sciocco” “non sai lavorare bene” “non riesci a concentrarti”, ma utilizzando espressioni come “quello che stai facendo in questo momento è sciocco” “questo lavoretto non l’hai portato a termine bene” e così via.

Il motivo?

La scuola, così come la famiglia, ha un ruolo centrale nello sviluppo e nell’incremento dell’autostima nei bambini. Quindi, per spiegare loro come comportarsi e dare il meglio di loro senza sentirsi frustrati quando non raggiungono l’obiettivo cercato, ci hanno insegnato a riferirci ai bambini sottolineando il loro atteggiamento e comportamento del qui ed ora. Non generalizzando l’errore, ma facendo loro capire in cosa hanno sbagliato o in quale situazione non si sono comportati bene e perché. In questo modo contribuiremo a costruire nel bambino un’immagine positiva di sé.

Da adulti sembra tutto più difficile! Quando ci riferiamo al nostro operato, o ai nostri errori, facciamo spesso fatica a non generalizzare le nostre mancanze. Ecco cerco di arrivare al punto…

Come sei messo ad autocritica?

Hai mai pensato “Sono un disastro”, “Capitano tutte a me, non me ne va bene una”, “Non mi so mai organizzare”, “sono sempre nervosa e agitata, davvero una persona triste”. Piuttosto che usare espressioni come: “questo lavoro l’ho fatto senza impegno e senza voglia, non è venuto bene”, “ho avuto un imprevisto, può capitare”…generalizzando e allargando quello che è il nostro pensiero su di noi relativo ad una specifica situazione, a tutta la nostra vita. In questo modo ci creiamo delle etichette, creiamo delle categorie in cui ci forziamo di rientrare: persona triste, sfigata, incapace di organizzarsi, e…guarda un po’…alla fine ci crediamo davvero!

L’autostima, lo dice la parola, si riferisce all’insieme dei giudizi valutativi che l’individuo ha di se stesso (Battistelli, 1994). In pratica: come ti valuti? Come ti consideri? Che stima hai di te? Si potrebbe aprire una grande parentesi sulle risorse che percepisci di avere, su limiti e potenzialità, ma sarebbe davvero una lunga digressione.

L’autostima dipende, anche, dai pensieri che fai su di te. Se ti pensi sempre e continuamente in negativo, con il passare del tempo, ti convincerai che sei davvero così. A questo punto ogni nuova situazione che sperimenterai, ogni cambiamento nella routine, ogni obiettivo che per mille motivi non riuscirai a raggiungere, diventeranno per te motivo di forte stress e ansia, perché non sarai in grado di gestire la situazione che stai vivendo o il fallimento che, anche se piccolo, potresti vivere.

Evitare di giudicarsi con durezza significa imparare a parlare con se stessi con più affetto, circoscrivendo quello stato d’animo ad un evento specifico. E’ importante per migliorare la propria immagine di sé, la propria autostima appunto, dimostrando a noi stessi che ci vogliamo bene.

Come fare? Come iniziare a imparare a smettere di giudicarsi?

E’ un processo che va appreso, ci vuole pazienza, attenzione ed allenamento: dobbiamo cambiare una parte del nostro modo di pensarci, dobbiamo cambiare un’abitudine!

Cosa ne pensi? Quanto sei severo nei tuoi confronti? Ti giudichi a volte? Hai mai pensato in quali momenti ti capita di farlo? Come ti senti dopo?

Ecco 5 piccole mosse che possono iniziare a metterti sulla strada giusta

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Quando ti senti al meglio?

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Quando mi fermo.

Quando sono presente.

Quando uso un po’ del mio tempo per rallentare. Per pensare. Per avere consapevolezza di quello che sto realizzando.

Ad un certo punto della giornata è importante spegnere il “pilota automatico” e prestare attenzione a cosa stiamo facendo, a come ci sentiamo e a quello che stiamo provando.

In questo modo si impara a godere di più dell’attimo, a diventarne totalmente consapevoli di quello che viviamo e di come lo sentiamo. Si imparano a gestire i propri pensieri, riconoscendoli, comprendendoli e facendoli scivolare addosso dopo averli consapevolmente sentiti. Dopo aver compreso che sono solamente dei pensieri, siamo noi a dare loro il peso.

Perchè imparare a vedere e ad accettare le cose così come sono?

Non si può vincere sempre. Il cambiamento attorno a noi è imprescindibile, l’imprevisto è a volte una costante. O ci sembra tale. E’ impegnativo, ma importante, imparare ad accettare le cose così come vengono, ad accoglierle con serenità. Provando a non controllare ogni cosa ci si accorge che i “sali e scendi” della vita ci sconvolgeranno con meno facilità, risparmiandoci quindi una ricca dose di ansia. Imparare a vivere -e ad esserci- nel tempo presente: è una bella sfida.

Hai mai sentito parlare di mindfulness?

In quel momento mi sento bene… Ma che fatica!

 

 

 

Ti compri spesso dei fiori? …emozioni allo sbaraglio :D

Si!!! Mi piacciono e  mi rallegrano. Chiaramente amo quando me li regalano… ma da giovane donna cresciuta con qualche idea femminista tramandata dalla mamma, nella mia totale autonomia me li compro volentieri, ma non disdegno la raccolta nei campi 😀

Margherite e girasoli i miei preferiti!

emozioni-fioriQualche tempo fa, durante un colloquio con una cliente, ho chiesto di descrivermi la sua casa. Si lamentava di provare forti sensazioni di ansia quando si trovava a casa da sola. Nonostante spesso cercasse episodi di solitudine, successivamente si pentiva di non avere accanto a sè delle amiche e confidenti nelle sue lunghe serate. Bene, una volta che mi ha fatto capire, a grandi linee, come fosse la sua casa (non tanto la grandezza,  quanto l’arredamento), le ho dato un compito… emh… mi capita di farlo, la prof che è in me esce in ogni occasione 😉

Il compito era facile, ma complesso forse nella sua realizzazione: avrebbe dovuto cercare di rendere più confortevole la sua casa. Scegliere foto per adornare le pareti, coperte o cuscini colorati per il divano, insomma quello che desiderava, ma che dal suo punto di vista avrebbero reso la casa calda e bella da vivere. Il mio obiettivo era quello di farle percepire le sue 4 mura non come non un luogo vuoto, ma silenzioso, non un luogo triste, ma fatto di piccole e piacevoli cose che le avrebbero permesso di sentire calore nel cuore appena attraversato l’uscio. Il rientro a casa non doveva essere vissuto come un momento ansioso, ma un’esperienza durante la quale circondarsi di cose belle che rallegrano lo spirito e l’umore e scelte da lei. La sua  casa, il suo spazio!

Beh è riuscita in poco tempo a crearsi il suo piccolo mondo, nel quale rifugirasi per avere sollievo da giornate impegnative. Con orgoglio mi ha mostrato delle fotografie di porte addobbate dai disegni dei nipoti, pareti ricche di immagini e frasi motivazionali (quelle le ho anche io!!!) e un mazzo di fiori bellissimo che si ergeva proprio all’ingresso.

Non conosco il linguaggio dei fiori, non mi sono mai interessata o appassionata all’argomento, mi piacciono e punto. Quindi non so cosa voglia dire avere qualche piantina di orchidea in bella mostra o il significato del mio giga vaso di lavanda, messo a dura prova da questo rigido inverno e dalle unghiette del mio coniglio, sul balcone. Ma la mia cliente, come me del resto, si è resa conto che i colori vivaci dei fiori, le forme asimmetriche di alcuni petali, il profumo di certe varietà di erbe aromatiche, cambiano la prospettiva: la casa è viva!

Quello che percepiva non è vuoto è silenzio!

E tu? Ti compri spesso i fiori? Quali strategie hai adottato per rendere la tua casa un luogo piacevole da vivere? Ti capita mai di sentirti un po’ troppo solo e nello stesso tempo la scarsa voglia o motivazione di stare in compagnia?

Quando è stata l’ultima volta che hai passato tutto il giorno a far nulla?

Mh… se c’è stata non la ricordo proprio questa ultima volta!

Che poi… cosa significa fare niente? Stare tutto il giorno in pigiama a letto?

Leggere un buon libro sul divano, con la tuta infilata nei calzettoni, sorseggiando un tè?

Oppure, per un intera giornata, non avere i pensieri delle cose da fare, dei lavori da portare a termine, delle faccende di casa che… “farò nelle vacanze di Natale”, ma… siamo a metà gennaio e la mia libreria è ancora un gran casino… accidenti  😉 ehehehfar-nulla

Quindi, innanzitutto, dipende! Dalla prospettiva che decidi di adottare! Come tutto, del resto, dipende dal nostro personale ed unico punto di vista! Quando ai miei clienti parlo di emozioni, di consapevolezza delle proprie sensazioni e di gestione dello stress, sottolineo in prima battuta quanto gli eventi vengano percepiti, affrontati e vissuti in modo differente una persona dall’altra: siamo diversi! In tutto: in quello che proviamo e in quello che viviamo, perché abbiamo fatto esperienze di vita diverse, abbiamo desideri, aspettative e obiettivi diversi e diverse risorse con le quali affrontare le sfide che quotidianamente incontriamo.

Cosa vuole di dire per te “fare niente tutto il giorno”?

Per me è impensabile, in effetti, passare la giornata a far nulla. A parte che ho un cane e un coniglio, quindi un minimo di reazione fisica (ed emotiva)  è stimolata… sempre.

A parte questo piccolo aspetto direi, con molta sincerità, che non ricordo assolutamente quando è stata l’ultima volta in cui, distante dal mondo degli obblighi lavorativi, non abbia deciso di fare una passeggiata, di bere un buon tè, di leggere qualche pagina di un libro o ancora restare sul divano in pigiama a coccolarmi con la Priscilla!

Beh se questo è far niente…

Che ne pensi? Cosa vuol dire far niente secondo te? Li riesci a spegnere tutti i pensieri?